Imprigionato

 

QUINDICESIMA

BERTO IMPRIGIONATO

Dopo aver difeso l’ingresso del Campanile di San Carlo al Corso da una ventina di assalitori, Berto e il suo amico Ezio Peverada, che lo aveva aiutato nell’ardua impresa, vennero rinchiusi a tradimento nel campanile stesso, durante un momento di tregua concordata.

E li avrebbero fatti morire lì, di stenti, a meno che non avessero implorato di liberarli.

Ma Berto non si perse d’animo ed escogitò un sistema per liberarsi; doveva riuscirci a tutti i costi, ne andava del suo onore!

Avrebbe attaccato la banda rivale alle spalle.

Salì sul campanile, tirò su la corda del Campanone e, dopo averla accuratamente fissata, si calò giù attraverso una finestrella che si trova sul lato posteriore, seguito dal suo amico e, con grande stupore, presero il nemico alle spalle, saltarono sui malcapitati, i quali rimasero impietriti dalla sorpresa.

Per rendervi conto della portata dell’impresa che Berto compì, dovreste andare a vedere a che altezza si trova la finestrella dietro al campanile di San Carlo a Milano, e pensate che all’epoca il nostro eroe aveva solo 15 anni!

A San Carlo, Berto faceva parte di un gruppo del quale, per rispetto, non ha voluto fare il nome.

Era un gruppo di gente fuori dal comune e con loro passò gli anni più belli della sua vita.

Lasciò la compagnia perché si sentiva un pesce fuor d’acqua, loro erano tutti studenti, mentre Berto che lo studente l’aveva fatto ben poco, non poteva partecipare ai loro discorsi, perciò si creò un suo spazio all’interno del gruppo sfruttando la propria forza; fu così che lo chiamarono: “Berto il Massacratore”, abile taglialegna nei vari campeggi.

Ogni tanto qualcuno dei ragazzi lo metteva alla prova sfidandolo alla lotta e lui, puntualmente, li scaraventava a terra.

Dopo il militare, però, lasciò il gruppo poiché il divario fra loro si fece ancora più pesante, ma ne ricorda sempre con affetto tutti i componenti, specialmente Mario, che era il capogruppo.