festival 1960


Articolo di pagina 24 della Domenica del Corriere del 31-01-1960
« Tu me dai 'na cosa a mmè, io te do 'na cosa a ttè ! »

Rivalità manovre polemiche miliardi
questo è il Festival della Canzone a Sanremo
L'industria ha conquistato il mondo detta melodia • Che cosa c'è dietro un motìvetto orecchiabile • Gli autori favoriti: Modugno, Rascel e Bindi • li patetico duello fra Nilla Pizzi, "la regina detta melodia,, e Mina, "la reginetta dell'urlo,, • II ritorno del maestro Angelini • Presenterà Paolo Ferrari • II maestro De Martino che dirige la seconda orchestra è in lizza con la sua canzone "Notte mia,,. L'Italia è il Paese della canzone. Non è più, questo, un luogo comune del pigro romanticismo, soprattutto straniero, che accomunava maccheroni, chitarre, Luna a Marechiaro e belle guaglione. La canzone, ormai, è un fatto industriale, una « voce » attivissima della bilancia commerciale, un affare. L'Italia è il Paese della canzone: parole e musica, assegni e conti in banca. E, anche, la patetica lotta, le piccole diatribe, le tempeste fra cantanti, le bizze delle prime donne al Festival di Sanremo sono finite. Il Festival è chiuso nella botte di ferro di grossi interessi, la battaglia è pianificata, diretta da agguerritissimi stati maggiori.
Si dice, ogni anno, che il Festival cambierà, a Sanremo ci sarà aria nuova. Ma sono parole. Le decisioni si prendono, sempre, dietro le quinte, dopo complicate alchimie e calcoli difficilissimi sui « rapporti di forza » fra i vari gruppi editoriali e discografici. A Sanremo si mette in pratica l'antico proverbio napoletano « Tu me dai 'na cosa a mmè, io te do 'na cosa a ttè ». Ma, raccontato cosi il Festival è ancora idilliaco, gentile, innocente. In realtà, è feroce, senza pietà per gli avversar! e per i vinti. Non vorrei, ora, che il lettore si spaventi e creda che il mondo della canzone sia tutto una giungla. In fondo quel che sta dietro una canzone non conta, è importante soltanto che la canzone sia bella, orecchiabile, gradevole, carezzevole.
Per il Festival di Sanremo, quest'anno, la battaglia è grossa. In campo sono scese non solo le tradizionali case editrici e discografiche ma, persino, una formidabile casa cinematografica romana, che avrebbe riservato l'esclusiva delle sue colonne sonore a una marca di dischi, presente anch'essa a Sanremo, in posizione di forza. Dicono alcuni: Modugno canta la sua canzone, e va bene, ma perché Rascel canta la sua « Romantica » e Bindi non la sua « E' vero »? E perché Marcelle De Martino — una cosa mai accaduta — suona la sua canzone « Notte mia »? Polemiche, polemiche, sale d'ogni anno del Festival, e che si inveleniscono con l'allargarsi del giro d'affari della musica leggera.
Il prologo del Festival si è tinto di rosa per le nozze del maestro De Martino, alla vigilia, ed è stato spruzzato di « paprika » per l'infortunio di Modugno in Australia. « Mimmo », in poche parole, è stato truffato; gli avevano promesso, con un regolare contratto, dodicimila sterline e gliene hanno dato, invece, duemila e duecento. Una brutta parentesi nella folgorante carriera di Modugno che cercherà di rifarsi, clamorosamente, a Sanremo. Modugno, incanto, è diventato amicissimo di Claudio Villa. Il tempo del grande duello fra « il reuccio della canzone» e lo «zingaro siciliano » (ma nato in Puglia) è finito. Claudio Villa ha inciso « Libero », la canzone di Modugno, e lo stesso Mimmo ha assistito alla registrazione, con un braccio appoggiato affettuosamente sulle spalle del « reuccio ». Così va il mondo della canzone. Chissà che un giorno Claudio Villa non gorgheggi l'« Ave Maria » al battesimo del secondo figlio del baffuto Modugno. E' già accaduto fra Claudio Villa e Gino Lattila.
Il Festival 1960 era annunciato come rivoluzionario ma la rivoluzione è rientrata. E' tornato Angelini, il decano di Sanremo. Quando si parla di Angelini si dice che è un sorpassato, un melodico senza nervi. Un giovanotto, un giorno, gli rimproverò che non conoscesse la musica jazz. « Giovanotto — gli rispose il maestro torinese — io ho fatto il jazz, trent'anni fa, quando lei non era ancora nato ». Non è tornato, invece, Nunzio Filogamo, il presentatore che, con Angelini, aveva battezzato il Festival Presenterà, invece, Paolo Ferrari, un attore giovane e simpatico che si è fatto un nome alla TV come maestro di casa di « Giallo club». Ferrari lavora alla radio, da quando era un ragazzo. Faceva la rubrica del «ballila Paolo».
Una novità alla decima edizione del Festival, e grossa, però c'è. Sul palcoscenico della sala delle feste del Casinò di Sanremo irrompono gli « urlatori », quei baldi giovanotti e quelle irriquieti ragazze che cantano le canzoni a squarciagola, come se avessero le tonsille di acciaio inossidabile. Sono Tony Dallara, Joe Sentieri e Mina, nomi notissimi a tutti i consumatori di gettoni dei « juke-box ».
E' patetico, specialmente, il duello fra Nilla Pizzi e Mina, la « regina della melodia » e la « reginetta dell'urlo ». Nilla appartiene alla « vecchia guardia », cantava diciotto anni fa « fox trot » casalinghi, allegri valzerini. Nel dopoguerra divenne il numero uno della musica leggera; le sue

« fans » — ed erano legioni — fondarono « salottini » e fra loro comunicavano con le « letternille ». Mina è esplosa da un anno, è alta, bella, aggressiva, giovanissima, viene da una famiglia della solida borghesia lombarda. Si è americanizzata tanto che dice « mandolaino » invece di « mandolino » e « violaino » invece di « violino ». Le sue quotazioni sono salite vertiginosamente; per una serata Mina richiede e ottiene trecentomila lire. Ma non ne fa molte. Non ci tiene. E' accompagnata, sempre, dalla madre che non è contenta della carriera della figlia. «Quando la smetti mi fai un favore — le dice —; faresti meglio a studiare le lingue ». Ma Mina non interrompe la carriera di cantante, non può interromperla: è il suo momento. Di « Tintarella dì luna » — una canzone mediocre, per la verità — cantata da lei, In pochissimi giorni, sono stati venduti centomila dischi.

E, poi, ci sono Wilma De Angelis e Betty Curtts, « giovani leonesse » del Festival 1959 e le nuove Germana Caroli e Irene d'Areni. Napoli è rappresentata da Sergio Bruni e Fausto Cigliano. L'anno scorso c'era Aurelio Pierre ma le quotazioni di «mister Scapricciatiello» sono crollate.
Chi vincerà il Festival?, Le previsioni della vigilia indicano tre nomi: Domenico Modugno, Renato Rascel e Umberto Bindi. La canzone di Modugno è cantata dallo stesso autore e da Teddy Reno, quella di Rascel dallo stesso « piccoletto » e da Tony Dallara, quella di Bindi ancora da Teddy Reno e da Mina. E questi, naturalmente, sono i cantanti favoriti. Meglio di tutti sta Teddy Reno che ha, addirittura, un'abbi-nata dì canzoni piazzatissime nei pronostici.
I ventitré cantanti, per i tre giorni del Festival, guadagnano centomila lire, spese di viaggio e d'albergo comprese. Una bazzecola. Ma i guadagni verranno in seguito. Dopo aver vinto due festival di fila, Domenico Modugno per una sera chiedeva duemila dollari, o il corrispettivo in lire italiane. Un milione e duecentomila lire. Più di Del Monaco, Di Stefano, la Callas e la Tebaldi, che pure cantano senza microfono e hanno studiato anni è anni. L'Italia è, per davvero, il Paese della canzone

Scritto da Angelo Falvo per la Domenica del Corriere del 31/01/1960