Corvo Piccionato

TRENTOTTESIMA

BERTO E IL CORVO PICCIONATO

Andavamo a cacciare gli uccelli con un bersagliere, il quale possedeva un fucile e, ogni tanto, quando ne avevamo un po’, li facevamo cucinare ad una signora che abitava in caserma.

Quella volta prendemmo anche un corvo e il bersagliere disse: “Non buttiamolo, vedrai che qualcuno lo mangerà” e così gli togliemmo la pelle.

Chi veniva invitato a mangiare i proventi della nostra caccia doveva pagare una piccola somma per la cottura.

Stavolta capitò al mio amico Resmini, che abitava a Milano, vicino all’Arco della Pace, credo in Via Bertani; noi che sapevamo, offrimmo il corvo proprio a lui, dicendogli che si trattava di un piccione così, mentre lo mangiava, disse, in milanese: “Ah, l’è bun, ma l’è un pu’ dur” (cioè: “E’ buono, ma è un po’ duro”).

Mi dispiacque un po’ perché il Resmini mi prestava sempre qualche lira per la libera uscita.

Spero che non me ne voglia, ma intanto anche lui è passato alla storia, grazie a questo fatto, in questo mio libro.

Ricordo che, durante la libera uscita, andavamo in un paese vicino; il più delle volte si andava al cinema o a mangiare delle frittate gigantesche, oppure ancora in una pizzeria, dove la pizza costava 100 lire, era molto grande e la mangiavamo di gusto.

Dopo di che si andava a “fare le vasche”, cioè a girare in tondo, attorno alla piazza, guardando le ragazze, le quali ci consideravano meno di zero.